giovedì 8 dicembre 2011

Le cose che non ci hanno fatto leggere a scuola



 Quando a scuola, durante le allegrissime e dinamiche lezioni di inglese, la prof. ci faceva leggere "L'isola del Tesoro" con la nostra pronuncia stentata e un'intonazione che palesava la totale inconsapevolezza del testo che avevamo sotto gli occhi, nessuno avrebbe mai sospettato quanto fosse avanti il nostro amico Stevenson veramente.
Anni dopo ho scoperto un brevissimo saggio illuminante in cui tutto quello che avevo sempre pensato in un angolo della mia mente, era stato esplicitato e dimostrato in maniera esemplare. Alcuni passi li trovo a dir poco educativi.
Certo che, forse, lasciato in mano ad uno studente, potrebbe essere quasi "pericoloso".
Ma a qualche adulto farebbe davvero bene.


"Di questi tempi ognuno di noi è obbligato, sotto pena di una condanna in contumacia per lesa rispettabilità, a dedicarsi a qualche professione remunerativa; e a dedicarcisi con un atteggiamento quasi simile all’entusiasmo. Una voce del partito opposto, di coloro che si accontentano del necessario e preferiscono guardarsi in giro e spassarsela, sa un po’ di provocazione e di guasconata. Eppure non dovrebbe essere così. Il cosiddetto ozio - che non è affatto il non fare nulla, ma piuttosto il fare una quantità di cose non riconosciute dai dogmatici regolamenti della classe dominante - ha lo stesso diritto dell’operosità di sostenere la propria posizione.

                                                                       * * *

 E’ assodato che l’esistenza di gente che si rifiuta di partecipare alla grande corsa a handicap per qualche monetina, rappresenta un insulto e un disinganno per chi invece vi partecipa.
L'attività frenetica, a scuola o in università, in chiesa o al mercato, è sintomo di scarsa voglia di vivere. La capacità di stare in ozio implica una disponibilità e un desiderio universale, e un forte senso d'identità personale. C'è in giro molta gente mediocre, semi-viva, che a malapena è consapevole di vivere, se non nell'esercizio di qualche occupazione convenzionale. Portate queste persone in campagna o a bordo di una nave, vedrete come rimpiangeranno la loro scrivania o il loro studio. Non hanno curiosità; non sanno abbandonarsi alle sollecitazioni del Caso; non provano piacere nell’esercizio delle loro facoltà se non hanno uno scopo. E se la necessità non girovagasse intorno a loro con un bastone, starebbero proprio immobili.

 E' inutile parlare a queste persone: non possono stare in ozio, la loro natura non è abbastanza generosa; e passano in una sorta di coma le ore che non impiegano a macinare oro furiosamente. Quando non devono andare in ufficio, quando non hanno fame né voglia di bere, il grande palpitante mondo per loro è solo un gran vuoto. Se devono aspettare il treno per un'ora, cadono in una trance soporosa, a occhi aperti. A guardarli pensereste che non ci sia nulla da vedere e nessuno a cui parlare; li credereste paralitici o dementi. Eppure con ogni probabilità sono grandi lavoratori a modo loro, e hanno buon occhio nello scoprire un errore in un contratto o una nuova tendenza nel mercato. Sono stati a scuola e nelle università, ma per tutto il tempo avevano gli occhi fissi alle medaglie. Sono stati in giro per il mondo e hanno conosciuto gente interessante, ma per tutto il tempo avevano in mente i loro affari.

Non c'è dovere che sottovalutiamo di più del dovere di essere felici. Quando siamo felici, seminiamo anonimi benefizi sul mondo, che restano sconosciuti anche a noi stessi o, se rivelati, sorprendono più di tutti il loro benefattore.


 E' meglio trovare un uomo o una donna felice piuttosto che una banconota da cinque sterline.


Eppure continuiamo a vedere mercanti che si affermano e si logorano fino ad ottenere una grande fortuna, e infine la bancarotta; scribacchini che scribacchiano articoletti fino a che il loro carattere diventa un supplizio per chi sta intorno - come se il Faraone avesse comandato agli ebrei di fabbricare una spilla anziché una piramide -, giovanotti che lavorano fino a deperire, e vengono portati via in un carro funebre ornato di pennacchi bianchi. Non pensate che a queste persone il Maestro delle Cerimonie deve aver sussurrato la promessa di qualche momento di gloria? E che questa palletta tiepida su cui recitano la loro farsa è il centro e il bersaglio di tutto l'universo? Ma non è così. Per quanto ne sanno, gli scopi per cui sprecano la loro impagabile giovinezza potrebbero essere chimerici o nefasti; gloria e ricchezza potrebbero non arrivare mai o scoprirli indifferenti. Essi e il mondo che abitano sono così insignificanti che la mente ne gela al pensiero."

4 commenti:

F ha detto...

Grazie! Questo testo e' bellissimo!
grazie grazie grazie ancora.
In qualche modo mette su carta una idea vaga che rigirava nella mia mente.
Bellissimo!
Purtroppo ne conosco di gente cosi'!

F ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Ale ha detto...

A volte è difficile aggrapparsi a quell'idea vaga e darle credito perché il pensiero comune ci travolge...e ci fa dimenticare anche quello che dovrebbe essere ovvio. Questa storia del lavoro che nobilita l'uomo non mi ha mai convinto fino in fondo ma è dura remare controcorrente! ;)

F ha detto...

Beh, si, e' dura.
Infatti alla fine me ne sono andato via da una citta' italiana fatta di gente che si vanta di stare in ufficio fino alle 9 di sera, e passa la vita a confrontare l'automobile, le scarpe, la giacca e le vacanze con quelle dei colleghi, per andare in un Paese dove i direttori di banca alle 5 scappano per andare a surfare.
E mi sento bene.

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